Il termine autoefficacia o self-efficacy è stato introdotto  nell’ambito psicologico nel 1977 dal famoso psicologo canadese Albert Bandura.

Con tale parola si intende la “convinzione nelle proprie capacità di organizzare e realizzare il corso di azioni necessario a gestire adeguatamente le situazioni che incontreremo in modo da raggiungere i risultati prefissati. Le convinzioni di efficacia influenzano il modo in cui le persone pensano, si sentono, trovano le motivazioni personali e agiscono” (Bandura 1996).

Una buona autoefficacia è quindi la fiducia che ognuno ha delle proprie capacità personali nell’affrontare una prova ottenendo il successo desiderato, è “io so di poterci riuscire”.

L’autoefficacia non deve essere confusa con l’autostima, sebbene possano sembrare due concetti equivalenti o simili.
Quest’ultima infatti è un costrutto complesso e ha un significato diverso e molto più ampio rispetto all’autoefficacia in quanto identifica la valutazione globale, intrinseca e tendenzialmente stabile che una persona fa di sé stessa.

Come riportato nel libro “In merito al talento” (Cinque, 2013) una persona può ritenersi inefficace in una specifica attività da svolgere senza comunque sminuire l’autostima che ha di sé stesso, ad esempio è possibile pensare “io in generale valgo come persona, ma nello sport non sono per niente capace”.

Bandura (2000) afferma che “a parità di competenze possedute, la percezione della propria autoefficacia influenza gli obiettivi che le persone stabiliscono per sé stesse e i rischi che sono disposte ad affrontare: quanto maggiore è l’autoefficacia, tanto maggiori saranno gli obiettivi che sceglieranno e tanto più intensi saranno l’impegno e la perseveranza con cui li porteranno a compimento”.

Si comprende quindi come il livello di autoefficacia soggettivamente percepito riesca ad influenzare molto gli obiettivi che ogni persona si pone quotidianamente, la quantità di impegno con cui tali scopi sono perseguiti e il livello di motivazione, il comportamento stesso messo in atto e la modalità con cui sono interpretate le molteplici situazioni di vita: persone con alta autoefficacia interpretano una situazione difficile come una sfida da affrontare e vincere, non come una minaccia personale da evitare.
L’ autoefficacia inoltre è il miglior predittore della performance lavorativa di successo (Cinque, 2013).

E’ quindi comprensibile come lo sviluppo di una buona autoefficacia sia di fondamentale importanza nella vita di ognuno e ciò avviene già durante l’infanzia.
Lo stesso Bandura nel suo saggio “Autoefficacia: teoria e applicazioni” (1997, ed.it. 2000) spiega come l’ origine dell’autoefficacia di ogni persona sia promossa principalmente da quattro fonti, due riconducibili ad un livello personale e due derivanti dal contesto in cui si vive, ossia dall’ ambiente circostante.

Le prime due fonti sono le situazioni esperite direttamente e i propri stati affettivi e fisiologici, mentre le seconde sono relative all’osservazione delle esperienze altrui ed alla persuasione verbale ricevuta da persone ritenute soggettivamente importanti e autorevoli. Soprattutto durante l’infanzia la strutturazione dell’autoefficacia del bambino risente molto, oltre che dal conseguimento in prima persona del successo desiderato in una specifica attività, dell’influenza dei differenti contesti sociali come quello scolastico, famigliare e del gruppetto di amici e dei pari.

Quindi se le persone ritenute importanti dal bambino sostengono quest’ultimo nelle sue acquisizioni, dandogli fiducia e credendo nelle sue capacità di portare a termine con successo un determinato compito, lo aiuteranno a convincersi di poter affrontare in modo soddisfacente quell’attività e lo porteranno ad impegnarsi maggiormente e più a lungo termine.

Inoltre considerando la teoria di Bandura e i relativi studi secondo i quali la maggior parte dell’apprendimento avviene tramite l’osservazione o l’ascolto di altre persone (Bandura, 1977), oggigiorno è noto come queste ultime fungano per il bambino da modello;  l’infante perciò apprende molto tramite l’osservazione del comportamento  (tale forma di acquisizione è detta apprendimento osservativo o vicario) e tende a mettere in atto a sua volta ciò a cui ha precedentemente assistito.

E’ possibile estendere questa modalità di apprendimento e imitazione anche alla self-efficacy: per il bambino osservare persone che riescono a raggiungere i propri obiettivi attivando le proprie risorse personali è importante perché questo, a sua volta, incrementa la sua fiducia di poter in ugual modo riuscirci; inoltre la convinzione è tanto più forte quanto più il modello osservato è ritenuto simile a sé, ad esempio l’osservazione dei successi ottenuti dai compagni di classe ha una buona influenza sul bambino.

Infatti proprio nell’ambiente scuola l’autoefficacia si rivela una dimensione psicologica centrale, venendo continuamente rielaborata nel corso del tempo e delle esperienze provate.
Oltre al confronto con i compagni il senso di autoefficacia del bambino, nonché la sua motivazione, risente molto di come gli insegnanti si relazionano e di come essi interpretano successi ed insuccessi.

Infatti se gli insegnanti utilizzano verso lo studente comportamenti funzionali, comprensivi e supportivi, tale contesto di supporto e fiducia aumenta la self-efficacy dell’alunno, che a sua volta veicola il raggiungimento di un migliore rendimento scolastico.

E’ essenziale quindi che i genitori, i nonni, gli insegnanti e tutte le principali figure di riferimento dei bambini comprendano l’importanza che ha la dimensione psicologica dell’autoefficacia nell’influenzare molteplici aspetti personali presenti e futuri ed è importante che essi possano attivare delle modalità relazionali e comunicative tali da sostenere lo sviluppo e la permanenza di una buona autoefficacia già nella prima infanzia, ponendo attenzione a cosa viene detto al bambino al fine di accompagnarlo ad un sereno sviluppo psicofisico.

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